Mediterranean Garden Society

Associazione Giardino Mediterraneo

Nell’uliveto

La spremitura delle olive – vecchio o nuovo stile?

Il tempo ideale per la raccolta delle olive

Glyphosate - Troppo bello per essere vero?

Come controllare la mosca olearia

Chi controlla il mercato mondiale di olio d’oliva

La potatura degli ulivi e il concime

Il prato nell’uliveto al posto della aratura o della coltivazione

Xylella fastidiosa (Xf)

La gestione agronomica del suolo nell’uliveto

Irrigazione dell’uliveto

La spremitura delle olive – vecchio o nuovo stile?

Qual’è il migliore: il metodo tradizionale basato sulle ruote di pietra e sui fiscoli o quello moderno realizzato con i sistemi a centrifuga?

Non ci sono dubbi che il metodo moderno basato sull’utilizzo di macchine centrifughe ha notevolmente migliorato il processo industriale di estrazione dell’olio dalle olive. L’utilizzo delle vecchie ruote di pietra e delle presse idrauliche era un processo lento e richiedeva tempi lunghi così lunghi che costringeva allo stoccaggio delle olive raccolte che poteva durare anche mesi.

A Foligno c’è un bellissimo frantoio antico che ha un enorme magazzino con un pavimento in legno completamente impregnato di olio di oliva. Le olive immagazzinate, in attesa del loro turno di spremitura, potevano raggiungere il metro di altezza. Le finestre venivano lasciate spalancate per cercare di tenere quanto più basso possibile l’innalzamento della temperatura causato dalla fermentazione e/o putrefazione delle olive. Il magazzino adesso è vuoto in quanto le moderne macchine a centrifuga riescono a processare il raccolto appena arriva al frantoio. Solo 25 anni fa, portammo le nostre olive al frantoio insieme a quelle del vicino, ma questi aspettò la fine della raccolta per la spremitura: le olive restarono ammassate in un capanno per circa due settimane. Adesso, cerco di portare le olive al frantoio alla fine di ogni giornata di raccolta, o al massino insieme a quelle del giorno successivo.

Ovviamente questo non risolve la questione su quale dei due metodi sia il migliore, nel caso le olive vengano processate ancora fresche. Ci sono in effetti sostenitori per entrambi i metodi.

L’estrazione dell’olio dalle olive consiste sostanzialmente di tre processi:

Per prima cosa le olive vengono pulite passandole in un bagno di acqua.

Secondo, le olive vengono schiacciate. Questo può essere ottenuto o con delle ruote di pietra o con dei mulini a martelletti. Il processo di schiacciamento non consiste nella semplice estrazione del succo ma presuppone la rottura delle cellule. Il succo delle olive è un liquido amaro contenente acqua e l’olio si trova all’interno delle cellule della polpa. Queste cellule vengono o rotte dai martelli, o schiacciate dalla pressione delle ruote di pietra. Alcuni affermano che l’utilizzo delle ruote produce più ossidazione e questo incide sul colore. Altri dicono che il mulino a martelli non solo rompe le cellule ma emulsiona anche l’olio. Questo non può essere estratto direttamente ma deve essere rimescolato così che l’emulsione si coagula in gocce più grandi.

Terzo, l’olio e il succo (acqua vegetale) sono estratti con una centrifuga o una pressa. Le prime centrifughe avevano l’inconveniente che toglievano troppo gusto all’olio, cosa che si cercò di limitare aggiungendo dell’acqua. Le centrifughe più moderne hanno risolto il problema riutilizzando parte del succo delle olive invece di aggiungere acqua. Il nostro frantoio locale dispone di una centrifuga di questo tipo e noi siamo molto contenti della qualità del nostro olio.
          
L’olio prodotto dalle olive ammassate per lungo tempo era molto scadente. L’indice della degradazione della qualità è l’acidità dell’olio. L’acidità incomincia a salire rapidamente non appena le olive lasciano l’albero, per questo motivo raccoglierle dal terreno, anche se economico, non è certamente una buona idea.

Il fenomeno dell’alta acidità è in effetti un pò più complesso di questo, ma utilizzare olive appena colte è sicuramente il modo giusto per tenere bassa l’acidità. Ho letto vecchi resoconti che riportano come l’olio in Umbria all’inizio del 20th secolo dovesse essere raffinato per migliorarne la qualità. Abbiamo fatto decisi miglioramenti rispetto ad allora ed ora l’olio raffinato è la qualità più bassa di olio in commercio ed è chiamato Olio di Oliva, scritto con lettere maiuscole, che è un po’ sviante visto che olio di oliva è anche il termine generico per indicare l’olio prodotto da olive. Se la raffinazione migliora certamente la qualità di questi olii, riducendone il livello di acidità, allo stesso tempo però ne rimuove tutto il gusto.
          
L’Olio Extravergine di Oliva ha un’acidità inferiore allo 0,8% ed è prodotto senza l’utilizzo di prodotti chimici, solo calore e pressione. Se l’acidità è importante, quello che realmente conta è il gusto. La temperatura di lavorazione è un altro punto importante. Alcuni produttori usano il termine “spremuto a freddo” ma quello che si intende non è univoco. Ci sono limiti legali sulla temperatura massima utilizzata, ma molti frantoi si mantengono al di sotto. Se “spremuto a freddo” significasse senza alcun ricorso a riscaldamento esterno allora in alcuni anni, particolarmente freddi con gelate e nevicate durante il periodo della raccolta, potremmo rischiare di non avere olio del tutto.
          

Il colore dell’olio può variare da un pallido color paglierino a verde intenso. Gli assaggiatori professionali utilizzano per i loro assaggi bicchieri di colore blue per nasconderne il colore in quanto il gusto è indipendente dal colore; anche se il colore verde accresce il piacere che l’olio ci procura. Nell’industria moderna, i produttori sono perfettamente consapevoli del valore della coloritura verde e a volte aggiungono coloranti artificiali per farci credere che si tratta di olio Extravergine.

Il tempo ideale per la raccolta delle olive

Settembre è il momento nell’anno quando cominciamo a preoccuparci della mosca olearia. Si parla di notevoli infestazioni nel nord dell’Umbria e altrove. Fortunatamente non saranno così devastanti come nel 2014.  Per ora non è sempre facile identificare i primi segni della presenza della mosca perché il foro che fa respirare la larva è molto piccolo, solo se si apre qualche oliva presa a caso ci si potrà fare un’idea della gravità dell’attacco.  Più avanti si vedranno più evidenti i segni sul frutto (vedi foto) caratterizzati da macchie ammuffite e da un foro più largo da dove la larva o meglio la pupa è uscita.

L’infestazione può manifestarsi in un modo irregolare essendo alcune varietà di olive meno resistenti di altre e le piante situate al confine con altri oliveti dove non si sono prese misure precauzionali sono più a rischio. Nell’Italia Centrale ci sono centinaia di migliaia di ulivi abbandonati che rappresentano una fonte permanente di infestazione.

Ho controllato la situazione nel mio oliveto e ho trovato solo poche olive attaccate dalla mosca. La maggior parte degli alberi è completamente “pulita”, solo alcuni presentano una infestazione dell’ordine di un 5%.  Avevo posizionato le trappole anti-mosca in giugno prima che le mosche potessero depositare le loro uova nelle olive appena formate e ciò per ridurre al minimo i danni potenziali. Avevo collocato una trappola ogni due o tre alberi e ora non ho trovato alcuna relazione tra gli alberi infestati e la vicinanza a una trappola.

Alcuni oliveti che curo sono circondati da alberi abbandonati, ma dopo una abbondante raccolta l’anno scorso sembra che quest’anno non abbiano prodotto nemmeno un’oliva;
questa alternanza biennale nella raccolta non è inconsueta con alberi che non sono stati potati.

Nel 2014 nonostante avessi rimosso le trappole ho subito un basso livello di infestazione e ho deciso di anticipare di dieci giorni la raccolta delle olive. La mosca depone le sue uova nell’oliva; la larve che ne escono mangiano una consistente parte del frutto e consentono alla muffa di penetrare. Nel 2014 molti coltivatori dovettero constatare che l’olio che erano riusciti a salvare era così contaminato della muffa da renderlo inservibile. Con una raccolta anticipata la muffa ha meno tempo per svilupparsi.

Queste considerazioni mi portano ora al tema del “tempo ideale per la raccolta”. In Italia è molto semplice: seguire la tradizione. Ciò può sembrare poco scientifico, ma ricerche condotte dal Centro Ricerche Olearie di Spoleto ha confermato che il tempo della raccolta tradizionale ha una considerevole validità. Per tradizione l’obiettivo è sempre stato quello di ottenere la massima produzione di olio. Il contenuto di olio delle olive aumenta settimana per settimana a partire da settembre fino a metà novembre quando gli alberi vanno in riposo, le giornate si accorciano e la temperatura scende. Tradizionalmente dalle mie parti la raccolta cominciava il 26 novembre, il giorno di Santa Caterina, giorno molto vicino al momento della massima produzione di olio. Dopo tale data le olive cominciano a cadere per terra sempre più abbondantemente. Le olive cadute al suolo (difficile e costoso raccoglierle) presentano un alto tasso di acidità e, se utilizzate nella spremitura, rovinano la qualità dell’olio. Quando le olive cominciano a cadere la produzione di olio dell’oliveto comincia a diminuire. Il motivo è che seppure la percentuale di olio in ogni frutto continua ad aumentare, ciò non compensa la perdita delle olive cadute.

Se parlate con i coltivatori più anziani al frantoio vi racconteranno della altissima resa che ottenevano una volta. questo perché raccoglievano tardi, ma questo non si traduceva in una maggior quantità di olio. Avevano solo più olio in ogni oliva. Non risparmiavano nemmeno in quanto, mentre ora si paga il frantoio in base al peso delle olive conferite, nel passato il frantoio tratteneva per compenso una percentuale dell’olio.

C’era un altro motivo per una raccolta tardiva. I frantoi prima dell’era delle centrifughe erano estremamente lenti. Le olive venivano ammucchiate e immagazzinate in grandi capannoni dove spesso ammuffivano. La spremitura spesso continuava fino a gennaio. Con questo intasamento al frantoio si può giustificare una raccolta tardiva.

Il colore delle olive non è importante. Nel nostro oliveto il Leccino è di solito totalmente colorato al momento della raccolta mentre il Frantoio è quasi completamente verde. Tuttavia fuori Italia la gente sembra preoccuparsi per il colore delle olive al momento della raccolta. L’esempio estremo per me è stata una corrispondenza con un centro di ricerca cinese. Avevo chiesto al direttore se avessero avuto una buona raccolta. Mi rispose che tutte le olive erano cadute a terra; questo, aggiunse, accadeva ogni anno. Gli risposi che l’idea era di raccogliere le olive “prima” che cadessero a terra indipendentemente dal colore delle olive.

Gli obbiettivi dei coltivatori sono cambiati negli anni e ora vogliamo un olio di buona qualità piuttosto che quantità. Una raccolta anticipata produce un olio di più intenso sapore. Ciò è molto importante con varietà come il Leccino il cui sapore diminuisce velocemente con una raccolta tardiva. La maggior parte di noi possiede oliveti con varietà differenti e disposte in modo erratico, per questo, dal punto di vista economico, conviene raccogliere tutte le olive allo stesso momento. Nei nuovi oliveti si piantano le differenti varietà in filari ben distinti anche se ben alternati per consentire una buona impollinazione.

La maggior parte dei coltivatori dalle nostre parti raccoglie ben prima del giorno di Santa Caterina. La resa e la quantità di olio prodotto sono inferiori, ma il sapore è più intenso e l’acidità inferiore. Normalmente comincio la raccolta nella prima settimana di novembre anche se nel 2014 ho cominciato il 20 ottobre e ho ottenuto una resa dell’11% anziché del normale 14-16%. Ne è valsa la pena perché l’olio era buono e non contaminato da sapori di muffa.

Alcune olive infestate dalla mosca

In basso a sinistra due sono state tagliate e aperte e in una si può vedere una larva. In altre la larva si è trasformata in pupa che è caduta terra. tutte evidenziano i danni della muffa. Un’alta percentuale di olive come queste produce un olio di pessima qualità.

Glyphosate - Troppo bello per essere vero?

Glyposate è un erbicida molto effettivo. Questo prodotto è conosciuto da molte persone col suo nome originale di Roundup prodotto da Monsanto. Adesso che le patenti sono scadute il prodotto è acquistabile in forme generiche a prezzi molto più economici sotto nomi diversi. Come erbicida possiede molte caratteristiche utili. Prima di tutto è un erbicida sistemico. Questo vuol dire che penetra la linfa della pianta e uccide completamente non solo le foglie, che sono state spruzzate, ma anche la pianta.
A differenza di altri erbicida non è residuo.

Nel terreno, oppure quando le piante secche decompongono il suolo, i batteri decompongono il glyphosate di modo che quest'ultimo non rimane nel suolo ad uccidere altre piante.
Questo fatto comincia però a cambiare man mano che ci rendiamo conto degli effetti a lungo termine di applicazioni ad alto livello durante lunghi periodi di tempo.

Glyphosate applicato ad erbacce in quantità ragionevoli è probabilmente abbastanza innocuo, ma sfortunatamente viene spesso applicato a colture alimentari e questo fa sì che se ne trovino tracce nei cibi e di conseguenza porta alla sua completa abolizione. In questo momento esiste una battaglia verbale tra il Parlamento Europeo, La Commissione Europea e Il Consiglio Europeo dei Ministri riguardo al rinnovo della licenza per Glyphosate che scade quest'anno. È stata temporaneamente rinnovata per 18 mesi, ma il suo futuro è incerto.

Glyphosate può penetrare la catena alimentare tramite colture Roundup Ready. Queste sono incroci Geneticamente Modificati tra colture e i batteri del suolo che distruggono il Glyphosate. Le colture GM diventano resistenti al Glyphosate, perché la coltura ha acquistato il gene che decompone il Glyphosate. Questo trasforma il Glyphosate in un erbicida selettivo. Distrugge le erbacce, ma non la coltura GM. Questa è la teoria, ma la realtà è differente perché anche le erbacce cominciano ad essere resistenti.

Per esempio in Australia la loglierella annuale è un’erbaccia seria per le colture. Può essere facilmente eliminata con Glyphosate ma vi sono decine di milioni di piante per ettaro e siccome una o due sembrano resistenti al Glyphosate il gene resistente si diffonde e l'intera popolazione di loglierella annuale diventa resistente nel giro di sei o sette anni.

La coltura GM assorbe l'erbicida (non tutto viene decomposto) e il Glyphosate penetra la catena alimentare. In questo momento c'è in Europa una gran quantità di GM, ma grano e semi da olio contengono residui di Glyphosate.

In Europa l'uso di Glyphosate è stato diffuso eliminando erbacce e asciugando colture di cereali prima della raccolta. Dal punto di vista dell'Umbria questo sembra strano, ma nell'Europa del nord le estati sono molto più piovose e i raccolti di cereali hanno grandi quantità di materiale verde al momento della raccolta. Questo rende la raccolta difficile perché le macchine sono disegnate appositamente per materiale asciutto. Ovviamente queste applicazioni sono un modo efficace per la contaminazione di Glyphosate per i cereali.

La terza fonte possibile di contaminazione che può essere rilevante ai coltivatori di olive e il Glyphosate residuo nel suolo. Non tutto il Glyphosate viene decomposto dai batteri e alcune parti si attaccano alle particelle di argilla nel modo stesso di altri composti di fosfato. Questo viene poi rilasciato e preso da altre colture. Se il raccolto non è la versione GM la crescita ne risentirà l'effetto è il Glyphosate entrerà nella catena alimentare.

Il dibattito riguardo al Glyphosate è un esempio classico del conflitto tra l'economia del mercato e la sostenibilità. L'economia del mercato incoraggia i produttori ad aumentare la vendita di erbicida cercando modi per aumentarne l'uso mentre un approccio sostenibile ne restringerebbe l'uso ad applicazioni dove è veramente difficile trovare un'alternativa.

Un divieto riguardo al Glyphosate diventa sempre più possibile. Per il coltivatore di olive sarà una irritazione perché Glyphosate uccide ostinate erbacce perenni e il suo uso in quantità limitate per questa applicazione non è un pericolo per la qualità del cibo.

Qui in Umbria siamo circondati da foreste e l'invasione negli uliveti di piante perenni provenienti dalle zone forestali e' un problema costante. Le quattro piante più importanti sono la spina bianca, chiamata così per i suoi fiori bianchi all'inizio della primavera. In Inglese si chiama spina nera a causa dei suoi frutti neri.  Ha un sistema di radici invasive e i cespugli di spine spuntano dalle radici. Se lo si lascia incontrollato invaderà l'uliveto e persino i piccoli getti sono un rischio per le reti durante la raccolta. Fortunatamente può essere controllato senza erbicidi. Tagliando l'erba un paio di volte all'anno lo manterrà a livelli maneggevoli.

Se l'uliveto è rimasto abbandonato per alcuni anni gli steli saranno troppo grandi per un normale tagliaerba e ci sarà bisogno di un trinciatore per tagliar bene attraverso la spina la prima volta.

Rose selvatiche e more (chiamate anche rovi) crescono rigogliose con tagli frequenti. Il taglio è una potatura vigorosa e sembra rinvigorirle.  Il controllo è nuovamente importante a causa del fastidio che esse causano nel periodo della raccolta quando smagliano le reti. Glyphosate è più efficace se dato a metà stagione. All'inizio della primavera vi sono ancora riserve di amido nelle radici e le piante cresceranno di nuovo rapidamente. Nella tarda estate le piante hanno smesso di crescere e l'erbicida è inefficace perché funziona tramite una interruzione del processo di crescita.

Ne basta una quantità molto piccola in quanto le piante vengono spruzzate individualmente. Quando ho prestato aiuto al mio vicino con un uliveto di 400 alberi, abbiamo adoperato 20 litri di Glyphosate il primo anno, ma adesso, cinque anni dopo ne adoperiamo all'incirca un litro. Probabilmente continueremo in questo modo per alcuni anni finché tutta la riserva di semi nel suolo avrà germinato. Dopo di che probabilmente spruzzeremo ogni due anni perché vi saranno alcune nuove piante germinate da semi portati da uccelli.

La quarta erbaccia perenne è Old Man's Beard. Prende il nome dai suoi soffici fiori bianchi in tarda estate. È un fastidio, ma non serio come con le altre piante, perché non ha spine, ma si arrampica tra gli alberi e c'è bisogno di toglierla al momento della potatura. È difficile controllarla con erbicidi perché si è riluttanti a spruzzare erbicidi sugli alberi d'oliva.

Questo quadro abbastanza benigno sull'uso di erbicida non è applicabile a tutti gli uliveti. In Puglia gli alberi sono molto alti e la raccolta con macchine trematrici (shaker) e scale è possibile solo sulla parte inferiore degli alberi. La cima è impossibile da raggiungere e così si lascia che le olive cadano per terra. Molti coltivatori adesso puliscono completamente sotto gli alberi adoperando erbicidi, per lo più Glyphosate. Non si parla qui di spruzzamenti individuali di alcune erbacce perenni, ma di irrorazioni di tutta le erbe e i trifogli che formano un prato naturale. Le olive possono essere raccolte dal suolo ripulito adoperando macchine spazzatrici.

Questa tecnica ha causato parecchi disaccordi nella parte meridionale della Puglia, dove è presente Xylella fastidiosa (XF). Vi è notevole polemica riguardo alla causa degli alberi periti. I test dimostrano che solo una piccola porzione degli alberi periti sono stati infettati con Xf e l'opinione alternativa è che l'uso costante di erbicidi ha creato un suolo sterile che sta avendo un effetto avverso sulla salute degli alberi. Io non sono riuscito a trovare nessuna ricerca sul l'effetto dei residui di Glyphosate sugli alberi d'oliva ma se la situazione è simile a quella di altre raccolte il Glyphosate potrebbe accumulare nel terreno a causa delle frequenti applicazioni e bassa attività biologica nel suolo. Fra i due vi è una connessione. Il controllo delle erbacce riduce la materia organica del suolo e quello a sua volta riduce l'attività biologica. È l'attività dei batteri del suolo che decompone il Glyphosate. Se questo sta distruggendo gli alberi non è stato ancora provato ma è abbastanza possibile perché si è visto che distrugge o rallenta la crescita di altre colture. L'altra preoccupazione è la possibilità di residui di Glyphosate nell'olio d'oliva.

Naturalmente è perfettamente possibile che sia gli erbicidi che Xf abbiano un impatto.

Glyphosate è oggetto di studio analitico per il futuro dell’agricoltura. Rimane un esempio del conflitto costante tra il mercato che cerca di espandere e vendere di più e più prodotti e il pubblico la cui preoccupazione è l'ambiente e la salute umana. Non sono solo gli insetticidi usati nel l'agricoltura ma anche gli antibiotici ad essere inclusi in questa zona di conflitti. La sfida è adoperare questi prodotti importanti in modo sensato e non trasformarli in sconfitte o in pericoli tramite uso eccessivo.

Yvonne Barton commenta: Nella nostra zona dell'Umbria vi sono parecchi coltivatori di olive che spruzzano erbicidi tutt'attorno ai loro alberi per tenere a bada le erbacce (temo che sia per un effetto cosmetico invece che pratico) e come conseguenza si rischia un accumulo del tipo descritto da Brian in Puglia. Si tratta di un approccio inutile e distruttivo.

Come controllare la mosca olearia

È arrivato il tempo per pensare a come controllare quest'anno la mosca olearia. Tutti ricordiamo il disastroso 2014 quando il raccolto delle olive fu devastato dalla mosca in gran parte d'Italia. Il motivo fu allora una strana combinazione di fenomeni metereologici che portarono alla proliferazione della mosca.

Le mosche olearie fuoriescono dalle pupe nella seconda metà di giugno, crescono notevolmente di numero in luglio e alla fine di luglio depositano le loro uova nelle olive verdi. 

La mosca olearia

Come ho cercato di spiegare nel mio blog del luglio 2015, l'inconsueto proliferare delle mosche l'anno precedente dipese da un luglio freddo e umido. Il caldo infatti normalmente uccide molti esemplari.

Tra agosto e la raccolta in ottobre o novembre le mosche riescono a deporre da tre a cinque volte le loro uova che poi si schiudono in larve che mangiano una gran parte dell'oliva. Nel 2014 al danno provocato dalle mosche si aggiunse la muffa che, penetrando nel frutto attraverso il foro praticato dalla mosca, fece marcire la polpa non ancora mangiata dalle larve. Chi nonostante ciò franse le olive si rese poi conto che l'olio era inservibile.

Le larve si trasformano poi in pupe che cadono nel terreno dove trascorrono l'inverno fino all'anno successivo. Le pupe sono forti e resistono al freddo anche se una severa gelata ne riduce il numero.

Alcuni coltivatori, dopo il terribile 2014, spargono sul terreno composti di calce ma è opinione generale che ciò serva poco a eliminare le pupe.

La reazione automatica a questa peste è far ricorso a insetticidi sterminatori. Per fortuna non è così semplice. Ci sono tali insetticidi ma devono essere utilizzati in modo molto preciso. Si devono anzitutto esaminare dei campioni di olive ogni due o tre giorni per controllare se siano state deposte uova o vi siano larve. Se l'infezione ha raggiunto il 10-15% allora occorre spruzzare. Se però le larve sono cresciute e hanno penetrato il frutto in profondità l'insetticida non produrrà effetti. Il tutto comporta comunque troppo lavoro per i coltivatori grandi e piccoli e in ogni caso l'Unione Europea ha bandito l'uso del 'Dimethoate', l'insetticida più comunemente usato per la mosca olearia.

La maggior parte dei coltivatori professionisti usa un altro metodo basato su repellenti. Gli alberi vengono irrorati con verde rame (simile a quello usato per le vigne) o con 'caolino' che è una varietà di argilla. I composti a base di rame o di caolino, somministrati in luglio e agosto, formano una patina sulle olive che le rendono non attraenti per le mosche. Per effettuare questa operazione si raccomanda l'uso di spruzzatori ad aria compressa che consentono al liquido vaporizzato di penetrare tra le foglie e rivestire ogni frutto. Naturalmente se piove subito dopo il trattamento occorre rinnovarlo una o più volte.

Esiste una alternativa per spruzzare i piccoli uliveti basata sul sistema 'attira ed elimina'. Il composto usato è lo 'Spintor fly' che si applica ad ogni singolo albero. La confezione contiene un 'back pack sprayer' che controlla la dose da utilizzare.
La storia fino a questo momento è un po' deprimente per il piccolo coltivatore, per fortuna esiste un'alternativa a basso costo: le trappole. Ve ne sono di due tipi: a misura e a controllo. Quella a misura è a forma di una piccola tenda con una base appiccicosa. Al centro c'è un tubo di feromone che attira le mosche. Mentre vi girano attorno le mosche sono catturate dalla base vischiosa. Si suggerisce di controllare l'efficacia di queste trappole una volta alla settimana. Se l'invasione raggiunge un certo livello è bene a questo punto usare le trappole a controllo.

Un entomologo dell'Università di Pisa mi ha spiegato che le trappole sono il mezzo più pratico per combattere la mosca nei piccoli uliveti senza dover ricorrere a macchinari costosi. Le trappole che lui raccomanda sono le 'Eco-trap' che contengono un'esca a base di sali di ammoniaca che attrae le mosche. L'effetto dell'ammoniaca, che evapora, si esaurisce dopo 60 giorni e quindi le trappole devono essere sostituite se la protezione deve coprire un tempo superiore.

Le trappole fatte a mano sono più ingegnose ma, a parere del nostro entomologo, altrettanto efficaci e molto meno costose.

Io comincio con una bottiglia di plastica da mezzo litro e la dipingo di giallo. La teoria è che il giallo attira gli insetti; anche se non è vero la vernice protegge la bottiglia dalla luce del sole e la fa durare più a lungo. Poi pratico due fori di 6mm l'uno nella parte superiore. Nella bottiglia introduco due o tre cucchiaiate di terra, niente di speciale, terra comune del giardino; aggiungo poi tre cucchiai di urea che è un comunissimo fertilizzante che si trova facilmente. Infine riempio due terzi della bottiglia di acqua.

Nel mio blog del luglio 2015 ho battezzato questa trappola fatta in casa 'Ureaka'. L'Ureaka comincia a fare effetto dopo una settimana dalla sua preparazione in quanto i batteri contenuti nella terra scompongono l'urea che sprigiona ammoniaca. Questo processo è lento per cui la trappola rimane operante per quattro o cinque mesi almeno e non deve essere sostituita nel bel mezzo della stagione. Può essere riutilizzata l'anno successivo aggiungendo solo acqua e urea senza bisogno di più terra. Io posiziono una trappola ogni due o tre alberi ma l'effetto può essere limitato se l'uliveto è circondato da altri senza controllo. Alcuni amici, in tal caso, creano un muro di trappole al confine.

La trappola ‘Ureaka’

Io comincio a posizionare le mie trappole in giugno quando escono le prime mosche, prima delle altre misure di controllo descritte sopra che invece vanno messe in funzione a fine luglio quando le mosche cominciano a depositare le loro uova nei frutti.

Durante una visita della MGS in Puglia un coltivatore mi ha raccontato di una trappola tradizionale per catturare le mosche: l'esca è a base di acciughe che quando marciscono rilasciano ammoniaca.

In Spagna stanno sperimentando metodi di controllo della mosca usando maschi sterili che vengono rilasciati in un numero molto superiore a quelli fertili.... È una tecnica che può dare buoni risultati.

Chi controlla il mercato mondiale di olio d’oliva

Statistiche, rilasciate dall'organizzazione Italiana di agricoltori Coldiretti, rivelano tendenze interessanti nel mercato dell'olio d'oliva degli ultimi 25 anni. L'aumento più spettacolare ha avuto luogo in Giappone dove le vendite sono aumentate del 1400%. L'unica nazione che si avvicina remotamente a questa percentuale di aumento è il  Regno Unito dove le vendite sono aumentate del 763%.

Non è il caso di eccitarsi troppo a causa di queste statistiche perché esse dimostrano un  livello molto basso di vendite invece che un grande aumento. Queste grandi percentuali di aumento ammontano a 107,000 tonnellate di olive in più , mentre anche se gli Stati Uniti d'America hanno avuto un aumento di "soli" 250%, questa cifra ammonta a 320,000 tonnellate in più di olio d'oliva vendute, e l'aumento della Spagna del 24% è di 96,000 tonnellate o quasi l'equivalente del Giappone e del Regno Unito messi assieme.
La caduta catastrofica nello standard di vita della Grecia ha ridotto il consumo del 26% e visto che la Grecia è un paese dove è naturale consumare olio d'oliva questo ammonta a 54,000 tonnellate che è al di sopra dell'aumento nel Regno Unito.

Dal lato della produzione vi è adesso una maggiore quantità di olio d'oliva prodotto al di fuori del bacino del Mediterraneo, che però non ha ancora avuto un effetto significativo sulla produzione mondiale.
L'Australia per esempio ha aumentato la sua produzione di olio d'oliva da praticamente zero 25 anni fa, a circa una media di 8,000 tonnellate, ma è una goccia d'acqua nell'oceano rispetto alle 600,000 tonnellate dell'Italia e alla produzione in Spagna del doppio di queste.

I nuovi paesi che producono olio d'oliva hanno scosso l'industria anche se la loro contribuzione alla produzione mondiale e' piccolissima. In Australia i coltivatori locali di olive hanno esercitato pressione sul governo al fine di ottenere una riforma delle leggi di etichettatura per eliminare le ambiguità e i travisamenti che vengono ancora usati a livello internazionale. I coltivatori locali dell'America e dell'Australia hanno analizzato olii importati e hanno accertato che molti non passano gli standard dell'olivo Extravergine. Invece di cercare di migliorare i propri standard di qualità i paesi di più grande produzione hanno preferito definire " poco cooperativi" gli Americani e gli Australiani.

Qua in Italia i carabinieri hanno trovato molti esempi di frode riguardo al l'olio d'oliva. All'inizio il governo aveva proposto di ridurre la punizione per frode, ma fortunatamente sembra che l'organizzazione dei coltivatori ha avuto successo nell'opporre questa proposta.

L'unione Europea sembra essere ignara dei problemi che la reputazione dell'olivo d'oliva sta avendo in mercati come per esempio l'America e ha proposto di rilassare le leggi per l'etichettatura. Ancora una volta i coltivatori hanno protestato e così ha anche fatto il Ministro Italiano per l'Agricoltura. La proposta dell'EU è di rilassare la regola dei diciotto mesi per l'olio Extravergine. Dopo i diciotto mesi l'olio può subire cambiamenti tali che non può più essere definito Extravergine.

L'EU suggerisce di inserire date, stabilite dal produttore, entro cui è preferibile il consumo. La lobby degli agricoltori sembra aver lavorato diligentemente perché hanno convinto l'EU, perlomeno nel progetto di legge, a diluire l'indicazione del paese d'origine. Sembra che finora queste proteste non hanno avuto un grande effetto.

A svantaggio dell'olio d'oliva sta il fatto che la maggior parte dei grandi processori e venditori sono compagnie alimentari internazionali e per loro l'olio d'oliva e una comodità globale, mentre i coltivatori di olive vogliono sviluppare il mercato con riguardo alle caratteristiche dei diversi sapori di ciascun paese e regione.

I grandi produttori, specialmente in Italia e in Spagna, non devono dormire sugli allori. L'Asia è un piccolo mercato, che però si sta allargando. Mentre le cifre del Giappone sono drammatiche anche l'India sta consumando olio d'oliva. I paesi asiatici non sono ben informati sulla qualità dell'olio d'oliva e sono diventati zone di esportazione sottocosto di qualità povera di sansa ovvero residui dopo l'estrazione dell'olio. Questo è l'olio d'oliva che viene estratto dal residuo solido del frantoio,usando potenti solventi chimici. Venticinque anni fa questo si poteva trovare al supermercato sul ripiano più basso,ma sono ormai più di dieci anni che non lo vedo  più in vendita in Italia. Senza dubbio viene ancora usato da produttori come nel caso del tonno in olio d'oliva.

Anche se per il momento vendere olio sansa nei paesi asiatici può essere un buon affare, questo non aiuterà certo a sviluppare l'apprezzamento delle buone qualità dell'olio d'oliva. Sono stato felice alcuni anni fa di vedere che Taiwan aveva proibito in parte l'olio sansa, ma sfortunatamente questo non aveva a che fare con l'olio sansa di per sé, ma col colore verde che non era registrato.

Non solo questo è un ulteriore livello di frode (l'olio sansa non è mai verde nel suo stato naturale. Tutto il suo colore naturale è stato distrutto durante il trattamento), ma i processi di esportazione ripresero non appena l'agente colorante fu registrato ufficialmente. Bisogna dire che il governo di Taiwan ha perseguito con successo un uomo d'affari per aver mescolato olio d'oliva con olio di palma di poca qualità e averlo venduto spacciandolo per olio Extravergine. Gli fu data una sentenza di quattro anni, ma ci si aspetta che questa sarà ridotta ad una multa in appello.

In India la più grande marca d'olio d'oliva e' di proprietà di Cargill, il più grande operatore sul mercato mondiale . Questo tipo di commercio ha come scopo lo scambio veloce, non lo sviluppo di un mercato a lungo termine. La vendita di olio sansa è stato giustificato dicendo che un buon olio extravergine d'oliva verrebbe sommerso dai sapori forti della cucina indiana. Questo ragionamento sembra plausibile, ma non del tutto perché gli Indiani hanno una grande curiosità per la cucina esotica e la cucina Italiana è in cima alla lista delle cucine estere da provare. Così rimangono delusi dalla qualità povera dell'olio.

Può sembrare che commerci mondiali e internazionali siano remoti dalle piccole aziende italiane.
Anche se per lo più noi produciamo olio per il consumo delle nostre famiglie, spesso ne abbiamo anche una piccola quantità da vendere. Si spera che questo aiuti a coprire alcune delle spese ma i prezzi pagati dai frantoi sono bassi. È difficilissimo fare guadagni con piccoli uliveti a meno che la maggior parte della manodopera non richiede pagamento. Qua, in Umbria, si possono vedere le conseguenze - centinaia di migliaia di alberi d'olivo abbandonati. Questi alberi abbandonati sono fonte costante della mosca dell'ulivo.

L'unione europea mette a disposizione fondi per lo sviluppo regionale di prodotti agricoli. Alcuni anni fa uno di questi progetti di sviluppo fu accordato a noi nella Alta regione Orvietana. I manager del progetto pubblicizzarono il nostro olio locale per tutta l'Italia . Tutta l'evidenza mostra che questa è una strategia futile in un mercato dell'olio d'oliva così ben sviluppato. Certo le vendite aumentarono durante il tempo della promozione, ma l'aumento subì un' inversione quando le altre regioni iniziarono a fare promozioni simili.

L'unione Europea dovrebbe insistere che le promozioni debbano aver luogo in mercati emergenti come l'India, la Cina, il Giappone dove è possibile un aumento permanente di vendite. Se questo venisse fatto da gruppi regionali questi mercati nuovi comincerebbero a percepire le varietà dei sapori nell'olio d'oliva extravergine e capirebbero che questi non verranno mai trovati nell'olio sansa che è al momento a loro portata di mano.

La potatura degli ulivi e il concime

La potatura degli ulivi dovrebbe terminare normalmente entro marzo.  In gennaio ho visitato i nostri parenti in Nuova Zelanda e ho dato loro una dimostrazione di potatura su un paio dei loro ulivi. Ovviamente era un periodo totalmente sbagliato per la potatura perché era tarda estate in Nuova Zelanda, ma ho potato questi alberi per pura dimostrazione. L’inverno è un periodo molto più indicato per la potatura perché gli ulivi sono in riposo ma potandoli in estate è più facile dimostrare la differenza tra i rami fruttiferi e quelli non. Infatti si possono vedere le olive sui rami e per un principiante potatore il tempo dalla raccolta è l’ideale per osservare dove le olive si trovano sui rami: si possano infatti vedere vigorosi germogli verticali quasi senza frutti mentre le fronde cascanti ne sono piene. Si può anche osservare come alcuni rami all’interno dell’albero si stanno indebolendo producendo pochi frutti.

In alcuni grandi oliveti si provvede alla potatura immediatamente dopo la raccolta poiché ci sono molti alberi da potare. Tutto via è molto meglio rimandare la potatura all’anno successivo quando le piante sono a riposo.

I nostri parenti hanno solo poche dozzine di ulivi poiché il loro vero interesse è la produzione vinicola e quindi alcuni alberi non erano stati potati per anni e mi hanno ricordato gli ulivi abbandonati che abbiamo trovato quando abbiamo comprato la nostra fattoria 25 anni fa. Nella regione neozelandese di Marlborough gli ulivi sono quasi scomparsi negli ultimi 25 anni soppiantati dalle vigne che rendono maggiormente.  Gruppetti di 10 o 20 ulivi si possono ancora trovare dove non è pratico coltivare le vigne.

Gli alberi oggetto della mia dimostrazione erano stati potati rudimentalmente tempo addietro ma anni di trascuratezza avevano reso il centro delle piante gremito di rami e rametti. Gli alberi poi erano diventati sempre più alti per avere più luce e,  per lo stesso motivo, si erano allagarti. Inoltre molte foglie e rami al centro dell’albero si erano seccati per la mancanza di luce.

Inizialmente ho pulito il centro degli alberi. Questo ha permesso alla luce di penetrare all’interno consentendo ai germogli laterali di ricevere luce anche dall’interno impedendo cosi una eccesiva crescita laterale. Cosi è stato possibile vedere più chiaramente la forma degli alberi che purtroppo avevano sviluppato 7 o più rami principali partendo dagli originali 3 o 4 che formavano la struttura iniziale del vaso.  Mi sono trattenuto dal riportare in una sola stagione questi alberi alla struttura classica di 3 or 4 rami ma lo farò sicuramente entro un paio di anni.

La raccolta mediante scuotitori meccanici ha ridotto la necessità di tenere sotto controllo l’altezza degli alberi  che però va mantenuta in limiti ragionevoli per non dover allungare eccessivamente questi attrezzi.  Si consiglia inoltre di non usare scale durante la raccolta perché ne rallentano il processo e sono spesso causa di incidenti.

Io poto le fronde più alte degli alberi per contenerne l’altezza ma è anche necessario potare la maggior parte dei germogli verticali, perché questi, assorbendo tutta l’energia dell’albero, producono pochi frutti, a differenza dei germogli orizzontali molto più generosi. Tutto ciò è ancora più evidente quando si effettua la potatura al momento della raccolta.

Una delle maggiore difficolta è imparare quanto si deve potare. Il detto italiano è “fino a che un uccello possa volare attraverso l’albero”. Sempre in Italia, un metodo molto pratico è dare un’occhiata agli alberi dei vicini. Questo dà coraggio di potare in maniera abbastanza drastica particolarmente se si tratta di alberi abbandonati per anni.  In Nuova Zelanda non ho trovato nessun albero potato correttamente a cui fare riferimento.

Io poto i miei alberi ogni anno anche se nell’Italia Centrale molti lo fanno ogni altro anno. Ci vuole più tempo ma non il doppio che farlo annualmente e questo, specialmente per i grandi uliveti, comporta un risparmio. Ad esempio, nel sud della Puglia potano meno frequentemente ma di conseguenza più radicalmente.

Personalmente uso una cesoia a mano e porto in tasca un seghetto pieghevole per i rami più grossi.  Purtroppo nella potatura occorre usare una scala anche se ho visto una dimostrazione da parte del Dr Panelli dal Centro Ricerche Olearie di Spoletto che usava solo una cesoia allungabile. Personalmente non ho acquisito questa tecnica.

Oggi bruciamo le potature anche se per molti anni abbiamo usato un trinciatore che funzionava bene. Mentre in linea di principio vorrei riportare il materiale organico derivante della potatura al suolo, mantenendo un prato di erbe e legumi sotto l’uliveto, ciò non è più necessario.

A tempo di Mussolini era obbligatorio bruciare le potature perché le si riteneva portatrici di malattie. Non esiste evidenza alcuna di questa credenza e quindi si può trinciare o bruciare a piacere.

A marzo si deve pensare a come concimare gli ulivi. Il concime standard per gli ulivi è NPK + B che contiene meno nitrogeno del concime normale. Questo composto include boro (B) che è un elemento molto importante per la salute degli alberi. Il nitrogeno (N) dovrebbe essere somministrato in quantità  minima se mai perché stimola la crescita vegetativa a scapito della frutta. Un prato di erbe e legumi sotto l’uliveto fornisce normalmente tutto il fabbisogno di nitrogeno.

Il potassio (K) serve per la fruttificazione ma il suo utilizzo dipende dal Ph del terreno e se questo è alcalino la mancanza del potassio è improbabile.

Infine il fosforo (P). Io lo somministro perché stimola sotto gli ulivi un prato rigoglioso e quando lo si taglia e lo si utilizza come pacciamatura, aumenta la componente organica nella terra e cosi fornisce nitrogeno agli alberi poco a poco.  Penso infatti che un terreno sano sia fondamentale per un uliveto sano.

Il prato nell’uliveto al posto della aratura o della coltivazion

Qualche mese fa ho scritto su come trattare i terreni nell'uliveto e mi sono espresso a favore dell'uso del prato al posto della aratura o della coltivazione.
Ho ricevuto numerosi commenti a questo mio scritto che era basato su principi generali e sulla mia esperienza di agricoltore. Di recente però ho trovato alcune ricerche effettuate in Toscana che evidenziano con illustrazioni alcune delle mie tesi.

Nadia Vignozzi, Sergio Pellegrini e Stefania Simoncini, nel numero 8-14 Ottobre 2015 dell'"Informatore Agrario", scrivono dei loro esperimenti che mettono a confronto, negli uliveti, il prato con la coltivazione.

Anche loro sostengono che la coltivazione, anno dopo anno, causa la mineralizzazione dei composti organici e impoverisce la struttura del terreno che assorbe meno acqua piovana, addirittura costituisce un tappo in caso di forte pioggia, formando in ogni caso un strato compatto sotto quello adibito a coltivazione.

Questo articolo è molto interessante perché  accompagna queste affermazioni generali con illustrazioni che evidenziano chiaramente la differenza.
Dapprima il paragone è fatto tra il prato spontaneo (senza alcun tentativo di migliorarne la composizione botanica seminando ad esempio più leguminose) e quello che loro definiscono come un programma minimo di coltivazione: 3 o 4 coltivazioni leggere con profondità di 10 cm circa.

Ipotizzano poi che la pioggia si infiltri nel terreno tenuto a prato in misura di 35mm all'ora (una media tra 25 e 50 mm/ora).  Naturalmente l'acqua piovana può scorrere via se lo spessore del suolo è totalmente inzuppato come una spugna. Il prato spontaneo però trattiene il terreno e l'erosione è minima.

Nel caso di un terreno coltivato invece il tasso di infiltrazione è in media meno di 5mm per ora (media tra 0 e 8). Si capisce bene quindi come lo scorrere dell'acqua piovana e l'erosione del terreno siano così comuni negli uliveti coltivati.

Il prato spontaneo migliora la struttura organica del terreno e la sua capacità di trattenere l'umidità con una "tensione"  favorevole agli ulivi. "Tensione" è il termine usato per descrivere la capacità del terreno di trattenere l'acqua. Le piante sono in grado di assorbire solo una certa quantità di acqua e l'eccesso non viene immediatamente utilizzato. Il materiale organico trattiene con bassa "tensione" l'acqua che viene così resa poi disponibile alle piante. 

Le misurazioni condotte dai ricercatori mostrano che, in media, 170 mm di acqua si rendono disponibili agli ulivi in un terreno tenuto a prato contro i 150mm in un uliveti coltivati.

Sul tema cruciale della quantità e qualità di olio prodotto, gli autori dell'articolo non sono arrivati a conclusioni decisive, se non confermando i risultati di precedenti esperimenti che mostravano che il prato spontaneo in realtà 'compete' con gli alberi giovani nella ricerca dell'acqua e che forse la coltivazione è una buona pratica per i primi 2 anni in un nuovo uliveto (anche se non occorre coltivare l'intero uliveto considerando che le radici degli alberi nuovi hanno un diametro limitato).

La questione del raccolto poi è estremamente difficile da determinare nella sperimentazione sugli ulivi. Tutti sanno infatti che il prodotto di una pianta d'ulivo è estremamente capriccioso ed è difficile stabilire se un aumento del raccolto è dovuto a qualche trattamento o al puro caso.

L'ultima difficoltà con questo esperimento è che gli autori usano il termine 'prato spontaneo' in maniera indifferenziata includendo una moltitudine di diverse specie. Io invece sono un fautore di un prato che includa una larga percentuale di leguminose (trifoglio, vecce, erba medica). Queste piante ripristinano i composti organici del terreno più rapidamente e forniscono nitrogeno alle piante. Per ottenere un buon prato occorre inoltre qualche fertilizzante a base di fosfato e bisogna tagliarlo almeno 2 volte all'anno per impedire all'erba di soffocare tutte le altre specie.

Xylella fastidiosa (Xf)

Di recente  un insetto nocivo agli ulivi, Xylella fastidiosa (Xf), è stato identificato nella regione pugliese d' Italia, ma vi è parecchia confusione sul suo impatto. Bloomberg  Business News attribuisce all'infestazione la causa maggiore per il basso livello di olio prodotto nel 2014. In realtà questo è stato causato dalla mosca dell'oliva, che è con noi sin dall'inizio della coltura d'olive  in Italia. Lo scoppio di Xf è estremamente serio per il futuro, ma l'impatto immediato sulla produzione del l'olio d'oliva in Italia è lieve. Il fatto che migliaia di ettari di uliveti sono infetti è un’idea allarmante ma nel contesto di milioni di ettari di uliveti in Italia rimane insignificante. Considerata nel contesto degli anni futuri la malattia è estremamente seria perché non esistono  al momento mezzi di controllo. Dovesse diffondersi attraverso tutta l'Italia sarebbe un disastro.
 
L' attacco e' in Puglia, che rappresenta la parte storica più importante per la produzione d'olive in Italia. UNESCO ha dichiarato che gli olivi antichi fanno parte del patrimonio mondiale.
Alberi che hanno parecchie centinaia d'anni sono stati individualmente identificati e documentati in tutta la zona del Mediterraneo. Migliaia sono stati identificati in Grecia e in altri paesi mediterranei, ma soltanto la Puglia possiede più di un milione di questi alberi facenti parte del patrimonio mondiale. La malattia è, al momento, confinata alla penisola del Salentino, ma l'intera regione pugliese e tutta l'Italia rimangono sotto pericolo.

Xf è una malattia batterica che viene trasmessa da albero ad albero da insetti che si nutrono di linfa. Il portatore primario del battere in Puglia è il Philaenus spumarius. Gli alberi infetti muoiono rapidamente perché gli Xylem (tubi per la linfa) si bloccano e la malattia viene qualche volta chiamata Olive Quick Decline Syndrome (OQDS) (Sindrome del declino veloce dell'olivo). Il gruppo di batteri Xf può infettare una vasta varietà di piante incluso viti,  agrumi, alberi da frutta oltre ad ulivi, ma sembra che vi siano diverse specie di Xf. Xf non ha colpito queste colture in Italia. Comunque la malattia in Italia è apparsa in altre specie oltre agli ulivi, incluso il mandorlo e l'oleandro . Più sorprendente è stata la sua presenza nelle querce.

La presenza nelle querce suscita grande preoccupazione. In Italia esistono milioni di ettari di querce e, dovesse la malattia diventare radicata in queste foreste, provocherà danni non solo alle querce ma diventerà anche una perenne fonte di infezioni per la coltura commerciale delle piante.

Lo scoppio dell' infezione venne all'inizio identificato nella provincia di Lecce nel 2013 e si propagò su migliaia di ettari. Controllare l'avanzare  della malattia con insetticidi non sembra un metodo pratico anche se potrebbero esservi dei benefici a breve termine.
L'insetticida principale da usare contro l'insetto portatore è il gruppo neonicotinoide che è proibito dall'EU per il suo effetto negativo sulle api. Ovviamente le olive vengono pollinate dal vento non dalle api e per questo il governo italiano potrebbe probabilmente  ottenere un esonero per un breve periodo ma c'è bisogno di trovare altri metodi di controllo.

Il corpo forestale sta distruggendo gli alberi infetti ma perché questa misura diventi efficace è necessario accordare agli agricoltori risarcimenti generosi per invogliarli a notificare velocemente gli attacchi. È necessario  distruggere anche alberi sani tutt'intorno a quelli contaminati per creare una zona di protezione. Il Corpo Forestale non possiede le risorse per controllare la vasta zona sotto gli olivi della Puglia e necessita la collaborazione degli agricoltori. A loro volta questi ultimi devono avere un forte incentivo a riportare immediatamente  le loro preoccupazioni senza aspettare nella speranza che gli alberi si riprendano. Sono necessari sia un compenso generoso che una amministrazione rapida dei fondi. Trenta anni fa , trascorsero anni ed anni prima che il compenso a coltivatori d'olivi, colpiti da condizioni estreme di gelo nel centro Italia, fosse pagato. Le autorità finanziarie devono rendersi conto che pagando meglio e velocemente risulta a lungo andare nella necessità di pagare di meno. Risparmi a breve termine risultano in costi a lungo termine.

L'EU proibisce il movimento di piante al di fuori della zona infetta e protegge questa zona con una zona protettiva e una zona di sicurezza. Si può vedere sulla mappa qui sotto che la zona infetta (arancione) è nella penisola del Salento, ma che vi è già stato un attacco che ha oltrepassato la zona protettiva principale  (verde scuro) fino alla Provincia  di Brindisi. La zona di sicurezza è color porpora.

Noi siamo stati nella zona del Salento durante il mese di Aprile 2015 con una gita organizzata dalla Mediterranean Garden Society, Italian Branch, e abbiamo visto molti alberi morti. Non so se erano stati contaminati da Xf ma penso sia probabile. Non eravamo di certo al corrente delle varie zone dichiarate dall’EU nel febbraio del 2015. Non vi erano né cartelli lungo le strade né altre informazioni che indicassero che stavamo entrando la zona Infetta o la zona di Sicurezza.

In Australia abbiamo avuto esperienza considerevole di quarantene e siamo riusciti a tenere Phylloxera (la malattia delle viti) fuori del sud Australia attraverso controlli rigidi per più di cento anni. Queste misure includono grandi cartelli di avviso su tutte le strade, che informano che il movimento di materiale botanico è proibito e sulle strade principali vi sono blocchi stradali dove autocarri e macchine vengono fermati e ispezionati  a caso.

Al fine di rendere effettiva la quarantena in Puglia le autorità dovranno certamente attivare misure serie, di modo che il pubblico sia al corrente dei divieti e li faccia rispettare. Sebbene l'attacco di Xf venne confermato nel 2013 è ovvio che era già iniziato anni prima. Sembra che sia entrato tramite l'importazione di piante ornamentali dal sud America. Si pensa che oleandri e piante ornamentali di caffè provenienti da Costa Rica siano i maggiori colpevoli. Vi sono stati altri attacchi in Europa. Uno ebbe luogo a Parigi dove una pianta ornamentale di tabacco infetta fu scoperta in un mercato di periferia. Parigi non è certamente una zona dove si produce olio, ma non bisognerebbe ridere perché sia  a Londra che a Parigi vi sono grandi numeri di piante d'olivo ornamentali. Per un parigino o un londinese sarebbe molto facile trasportare la loro pianta d'olivo in un vaso fino alla loro casa di vacanze nel sud della Francia e trasmettere la malattia. Un altro attacco fu scoperto in Corsica dove vi sono circa 7,000 ettari di uliveti. Il Xf fu trovato in una poligala (con foglie tipo mirto) e non in un olivo ma avrebbe potuto facilmente infettare olivi e altri alberi. Finora ricerche hanno dimostrato che questa specie di Xf non attacca gli agrumi ma stiamo ancora aspettando altri  test più dettagliati su altre piante.

L'EU sta considerando un divieto su l'importazione di tali piante. Anche se questa sarebbe una misura eccellente a breve termine è giunto il momento per l'EU di riconsiderare la propria intera attitudine verso le quarantene per piante ed animali.
Parecchie decine d'anni fa la quarantena veniva usata come scusa per limitare il commercio. Adesso il pendolo ha  oscillato fin troppo nella direzione opposta e gli avvocati del libero scambio e della globalizzazione sono in comando. Quasi tutte le quarantene sono state spazzate via. È arrivato il momento di ripensare le nostre tattiche e applicare dei test più severi . Non è sufficiente dire che una determinata pianta potrebbe portare una certa malattia. Dovremmo andare oltre e chiedere se importare una certa pianta sia veramente necessario. Se non è così allora la supposizione dovrebbe essere che non ne vale la pena. Potrebbe essere la portatrice di una malattia non ancora identificata. In questo caso particolare l’Europa ha varietà di oleandri in abbondanza. Non vedo la necessità di importarne altri. Il nostro livello di vita non subirà riduzioni se non possiamo comprare una pianta ornamentale di caffè.
Non è sufficiente semplicemente controllare le piante in caso di malattie. Nessuno sapeva, allora, che queste erano portatrici di Xf o che la specie di Xf che loro portavano avrebbe infettato gli olivi. Dobbiamo supporre che vi siano altre malattie al largo che potrebbero essere ugualmente dannose.

È giunto il momento per agricoltori e giardinieri di far sentire la loro voce contro il libero scambio e ottenere qualche protezione contro malattie esotiche e al più presto. Non abbiamo bisogno di altre relazioni, studi e analisi ma di implementazioni prima che un' ulteriore serie di malattie esotiche invada l'Europa. Se si pensa che gli olivi sono stati coltivati in Puglia per più di duemila anni e che adesso potrebbero essere distrutti come conseguenza secondaria del libero scambio sembra una conseguenza terribile delle regole odierne per l'economia e il libero scambio.

Al momento l'unico metodo di controllo è la distruzione di alberi infetti e di quelli nei loro dintorni . C'era però un articolo interessante nel The Olive Oil Times del settembre 2015. Era una relazione su ricerche fatte all’Università di Texas A&M sulla malattia Xf trovata sulle viti. I ricercatori preparano un miscuglio di quattro phages e scoprirono che questo riduceva in modo significante il danno causato da Xf nelle viti. Phages sono virus che attaccano i batteri.

La maggior parte delle pesti e malattie possono in effetti essere controllati a loro volta da altre pesti e malattie. Abbiamo visto in Australia che spesso nuove pesti arrivano senza i loro controlli biologici ed è necessario allora ritornare ai loro paesi d'origine per trovare predatori naturali. Non sembra che l'Xf che attacca le viti attacchi anche gli olivi e perciò bisognerà trovare altre specie di phages assieme a metodi efficaci per introdurli negli olivi infetti.

I ricercatori proclamano una riduzione nei danni non una cura completa. Tutto questo richiederà anni e così nel frattempo dobbiamo avvalerci della distruzione degli alberi infetti. Si spera che questo verrà fatto quanto prima.

Un' altra opinione è stata avanzata sul web site xylellareport.it. Questo gruppo afferma che le precauzioni prese sono troppo estreme. Loro dicono che solo 1,8% degli alberi analizzati finora hanno dato risultati positivi per Xf. Non è chiaro se l'1,8% si riferisce ad alberi che già mostravano segni di declino o ad un campione di tutti gli alberi d'olivi preso a caso. Il gruppo che riporta su Xylella afferma che il problema maggiore è che gli olivi sono stati trattati  con troppe sostanze chimiche - in particolare erbicidi . Certamente quando eravamo in Puglia con la Mediterranean Garden Society abbiamo notato come il frequente uso di erbicidi aveva creato un deserto ecologico sotto gli alberi con un effetto negativo sulla biologia del suolo. Potrebbero esserci dei punti validi nella loro affermazione che il problema è stato peggiorato da una dipendenza sui prodotti chimici e lo stato non salubre del terreno ma il fatto che 1,8% degli alberi hanno dato risultati positivi può essere usato come ragione in supporto della politica di estirpazione. Visto che l'incidenza è così bassa c'è una buona probabilità che andrà a buon fine.

La gestione agronomica del suolo nell’uliveto

Agosto e settembre metteranno alla prova le vostre abilità per la gestione agronomica del suolo. Durante l’ultima parte di agosto o a settembre arriva di solito la pioggia abbondante che segna l’inizio della stagione di crescita nella zona mediterranea. Questa stagione di crescita è già iniziata quest’anno con qualche pioggia torrenziale che ha causato alluvioni.  Questa pioggia forte può risultare in una perdita di acqua e di suolo dall’uliveto. La perdita di suolo è l’effetto più visibile e porta il maggior impatto a lungo termine ma la perdita di acqua è anche importante. Dopo un’estate in gran parte arida (abbiamo registrato solo 9 mm di pioggia tra il 20 giugno e il 10 agosto) gli ulivi hanno sete. Sono ben in grado di sopportare questa siccità estiva, ma hanno bisogno di umidità nei due mesi prima della raccolta alla fine di ottobre o all'inizio di novembre. 

Il ‘grande dibattito’ sulla gestione agronomica del suolo risale alla primavera precedente e dipende se coltivare il terreno o meno. Per tradizione uliveti e vigneti sono stati coltivati in primavera in tutta la zona mediterranea.  La pratica ha qualche supporto scientifico perché le erbacce che crescono in primavera tolgono l’umidità dal suolo che sarebbe altrimenti disponibile per gli ulivi o le viti. Certamente qualche umidità evapora dal suolo coltivato ma le radici delle erbacce avrebbero penetrato ad una notevole profondità ed avrebbero richiesto molto più acqua.

La contro argomentazione è che la coltivazione del suolo anno dopo anno per decenni e anche secoli distrugge totalmente la materia organica del suolo. Senza materia organica i terreni argillosi non hanno una struttura. Ciò significa che vengono compattati facilmente e diventano come la creta che si usa per fare la ceramica. E’ quasi impermeabile e l’acqua scorre via anziché essere assorbita dalle radici. Se l’uliveto si trova su un pendio l’acqua defluisce e porta via parte del suolo. Nel sud della Spagna si trovano grandi tenute di uliveti che sono state coltivate da secoli e gli ulivi si trovano su piccoli collinette fino a un metro di altezza. Le radici degli ulivi hanno ritenuto il suolo nella vicinanza immediata degli alberi ma la pioggia in autunno e in inverno ha portato via enormi quantità di suolo dalla zona tra gli alberi.

La crisi di erosione non si limita alle tenute di ulivi in Spagna ma sta succedendo qui in Italia centrale, anche se l’agricoltura cerealicola è probabilmente il più colpevole che l’olivicoltura. La British School di Roma ha condotto uno scavo archeologico nei pressi di Gubbio alla fine del 1980. Hanno scoperto che il terreno depositato dall'erosione delle colline circostanti durante il periodo antico romano è stato pari a 20 cm. In questo periodo di circa 400 anni la coltivazione di cereali fu abbastanza intensa. Dopo il crollo dell’impero romano la popolazione diminuì e la produzione cerealicola fu meno intensa. Ci furono più animali al pascolo sui terreni per i successivi 1500 anni e durante questo periodo si depositarono altri 20 cm di sedimenti da erosione. Dal 1950 una nuova gamma di oggetti apparve nei sedimenti: gli archeologi li descrivono scherzosamente come gli strati della Coca Cola. Dal 1950 alla fine del 1980 sono stati depositati due metri ovvero cinque volte la quantità per i precedenti 2000 anni. Non so se vi sia stato ulteriore lavoro sul sito, ma immagino che un altro metro si sia depositato perché la tecnica agricola non è cambiata.

Gubbio non fa eccezione, purtroppo, e noto che i campi nella vicinanza di Orvieto saranno abbandonati fra poco perché l’erosione è così grave che il sostrato roccioso è già visibile in alcuni punti.

Nel mio uliveto ho constatato, nel corso degli ultimi 25 anni, che tagliare l’erba, i fiori selvatici e le erbacce ogni primavera, piuttosto che coltivare, ha prodotto una struttura del suolo che rassomiglia a una spugna. Anche quando l’erba è secca alla fine dell’estate la pioggia torrenziale viene assorbita. In inverno questa ‘spugna’ diventa piena e l’acqua piovana scorre via limpida senza detriti terrosi.

Gli argomenti non sono cosi semplici – raramente lo sono in agricoltura. Ovviamente la pendenza è importante. In Italia Centrale la maggior parte degli uliveti si trova su un pendio. Per tradizione il fondovalle è stato utilizzato per i cereali e in ogni caso non sarebbe sufficientemente ben drenato per gli ulivi. I dolci pendii sono stati utilizzati per le viti e il terreno più ripido e più povero per gli ulivi. Gli uliveti sono quindi vulnerabili a erosione del suolo. Questo è molto diverso dalla Puglia, per esempio, dove gli ulivi vengono coltivati in pianura o in zone con un dolce pendio.

Uliveto Umbro coltivato in agosto 2015

Il tipo di suolo è anche importante. Sui terreni argillosi si forma una crosta che diventa resistente alla penetrazione dell’acqua piovana, a differenza di quelli con la terra grassa o sabbiosa e quindi la materia organica e la buona struttura del suolo che si accompagnano a un campo selvatico diventano più importanti. 

C’è ancora molto dibattito sul tema dell’umidità. La coltivazione fa risparmiare l’umidità durante la primavera per la siccità estiva, ma un suolo povero di materia organica ha una capacità di ritenere l’umidità molto inferiore. In autunno la situazione è invertita e un suolo con una buona struttura assorbe meglio l’acqua piovana che uno con una struttura povera.

Oltre alla questione dell’acqua, un campo ben gestito sotto gli ulivi fornisce un suolo in buona salute con azoto in abbondanza per soddisfare le basse esigenze degli ulivi. Il campo contiene legumi selvatici come il medicago annuale, il trifoglio e la veccia. Una volta tagliati in primavera diventano pacciamatura che produce un terreno fertile e sano per gli alberi.

Ci sono altri motivi non scientifici per non coltivare. Anni di coltivazione dell’uliveto distruggono non solo le piante annuali ma anche la loro banca dei semi. In un campo coltivato quando la poggia arriva in autunno la copertura vegetale è limitata alle poche specie che hanno prodotto i loro semi all’inizio della stagione eludendo la coltivazione primaverile e molti dei coloratissimi fiori selvatici scompaiono totalmente insieme con i bulbi e le orchidee selvatiche. L’uliveto è diventato un deserto ecologico.

Ho dovuto coltivare il mio uliveto tanti anni fa per spianare il terreno perché prima dell’acquisto l’uliveto era stato arato e dopo tanti anni il terreno era irregolare. L’ho coltivato lateralmente per appianare i solchi. La raccolta delle olive quell'autunno è stata una battaglia contro il fango. E 'stata un'esperienza che non voglio ripetere mai più.

Se siete convinti che un campo di fiori selvatici è l’opzione migliore dovrete agire presto. Se il terreno è stato coltivato in primavera potrebbe essere piuttosto irregolare. Se decidete di trasformarlo in un prato sarebbe meglio provare a spianarlo quanto possibile perché è così che rimarrà. Se l’uliveto è coltivato da anni germinerà poco tranne qualche cardo spinoso. Nel lungo termine un prato emergerà, ma seminare in autunno con gli annuali medicago, trifoglio e veccia permetterebbe al prato di iniziare con il piede giusto.

Irrigazione dell’uliveto

State soffrendo per il caldo estivo? Pensate in positivo: le mosche dell’olivo stanno morendo ... come le mosche. L’anno scorso la raccolta delle olive è stata disastrosa e le regioni dell’Umbria e della Toscana in particolare sono state colpite duramente. Nel nostro paesino siamo stati gli unici a fare la raccolta ed il frantoio che utilizziamo era aperto solo per poche ore al giorno.

La spiegazione principale per la peste della mosca olearia è il clima fresco e piovoso dell’estate 2014 ma anche l’inverno mite dell’anno precedente ha contribuito. Abbiamo registrato 143 mm di pioggia nel luglio 2014, una quantità maggiore di quella del novembre precedente, anche se novembre è di solito il mese più piovoso dell’anno. L’agosto scorso non è stato cosi piovoso, ma la temperatura è rimasta bassa e le mosche dell’olivo si sono riprodotte allegramente. Quest’anno invece abbiamo avuto settimane di clima caldo e neanche una goccia di pioggia per almeno un mese e la popolazione di mosche dell’olivo è stata decimata.
Ovviamente non potevamo prevedere un ritorno così rapido ad estati ‘normali’ e in giugno ho messo a dimora centinaia di trappole per le mosche. La ricetta per le trappole si trova qui: The Mediterranean Garden No 81, July 2015. Avrei potuto risparmiarmi la fatica, però, perché mi sembra che il caldo le abbia sterminate quasi tutte. Le trappole hanno comunque catturato tante mosche e quindi mi sono consolato per la fatica spesa.

Mentre tante delle piante nel giardino stanno soffrendo per il caldo e la mancanza di pioggia, gli ulivi stanno bene. In California dove hanno avuto una grave siccità per tanti anni hanno scoperto che agli ulivi non serve l’irrigazione estiva per ottenere frutti di buona resa. Per tradizione l’irrigazione degli ulivi in California era motivata perché la maggior parte del raccolto è destinata alla produzione di olive da tavola (una gran parte dell’olio d’oliva californiano è prodotta dalle olive considerate troppo piccole per la tavola). Durante i periodi di siccità è vietato irrigare e i coltivatori hanno scoperto la tradizione Italiana per cui l’irrigazione degli ulivi per la produzione di olio deve essere programmata con cura.

Negli anni in cui le precipitazioni non sono sufficienti, se avete acqua a disposizione, sarebbe vantaggioso irrigare durante il periodo della fioritura e poi in settembre e ottobre, quando di solito l’olio viene prodotto. Irrigare durante l’estate aumenta solo la dimensione delle olive, anche se il frutto avrà un basso contenuto d’olio e cosi facendo non avrete realizzato nulla tranne che pagare di più al frantoio.

In aprile di quest’anno abbiamo partecipato alla gita della MGS Italia in Puglia ed ci ha sorpreso che tanti ulivi fossero irrigati. Gli ulivi in Puglia hanno centinaia di anni ed alcuni superano il millennio raggiungendo una grandezza enorme senza ricevere irrigazione artificiale e ci siamo domandati perché oggi ne avessero bisogno.

Una telefonata a Corrado Rodio, il proprietario di Masseria Brancati che abbiamo visitato appena fuori Ostuni, e che vanta alcuni alberi millenari, mi ha dato alcune spiegazioni. Lui irriga tutti i suoi giovani alberi per favorire la crescita ma irriga anche tutti gli altri se non piove per più di un mese in estate. Dice che in Puglia di solito l’irrigazione non è necessaria durante il periodo di fioritura, né in settembre/ottobre perché di solito in quei periodi ci sono precipitazioni naturali. Spiega inoltre che, mentre é noto che l'irrigazione estiva aumenta il rischio della mosca olearia (a cui piace l’umidità e la frutta gonfia), in pratica l'irrigazione aumenta la produzione di olio. E così si apre un dibattito sulle “best practices” e le scelte ottimale per la coltivazione degli ulivi...